AM_BOBIN_autoritratto_copert print 3dalla postfazione al libro

 

Il primo libro di Christian Bobin che lessi fu "Autoritratto al radiatore": me lo regalò Lorenzo (oggi mio marito), nell’estate del 1999, quando avevamo iniziato a frequentarci. Sul frontespizio, a matita, con una grafia minuta, aveva trascritto una frase (tra le tantissime!) che l’aveva colpito: «Ciò che trovo è mille volte più bello di ciò che cerco»,(1) e poco più in là annotava: «Per chi non cerca nulla lo stupore è continuo e la gioia non ha limiti: ogni gioia. Grazie!».

Con Autoritratto si era nutrito – in un periodo per lui molto doloroso – di parole calde, vere, colme di dolore ma anche di gioia: parole delicate, accompagnate da un forte pudore e rispetto nei confronti delle persone che vi si accostano.

Regalandomi quel libro, mi donava molto. Non solo perché mi offriva la possibilità di entrare nel mondo di Christian Bobin, e di conoscere uno scrittore straordinario, ma anche perché mi invitava, attraverso quel libro, a dirigere lo sguardo verso una pienezza di vita che ha in sé tutto: gioia, dolore, morte, malattia, leggerezza, bellezza, riso. Un mondo in cui ciascuno può scorgere o tessere un filo di luce.

Tutto può provocare il sorgere della scrittura – una perdita, una gioia, le ombre cinesi della memoria, una balena bianca, la guerra di Troia, un profumo di lillà, ma il vero soggetto dei libri, il loro unico soggetto, è il lettore nell’istante in cui legge e lo sconvolgimento che questa lettura gli provoca, come un ritrovare se stesso dopo una separazione. (2)

Autoritratto è un diario: inizia il 6 aprile 1996, vigilia di Pasqua, e si conclude il 21 marzo 1997: uno scorrere delle parole da una Pasqua all’altra, da una Resurrezione all’altra. Bobin accompagna, laicamente, se stesso e il lettore ad ascoltare e a contemplare la vita. Sullo sfondo è viva la solitudine che resta dopo la perdita di una persona cara: Ghislaine, una giovane donna, che egli ha raccontato in "Più viva che mai", qualche anno prima di scrivere Autoritratto.

In casa, Lorenzo e io teniamo ancora tutte e due le nostre copie di Autoritratto, perché nessuno di noi due ha voluto privarsene. Sulla sua copia leggo ancora la frase che ha riportato sul frontespizio:

«Luglio 1999. “Cosa fai nella vita? Niente, imparo. Impari cosa? Niente, imparo”». (3)
La lettura di Christian Bobin è un apprendistato. Una conversazione profonda, intima, amica. Ci accompagna, non invade, ci lascia liberi. Bobin nutre un profondo rispetto per tutto. Scrivere è gratuità, dono. Leggere è purificarsi. Dimorare nel silenzio: «Ciò che impariamo dai libri, è la grammatica del silenzio, la lezione di luce»(4). Bobin, a volte, indica un albero, un fiore. Lo fa con gentilezza estrema, con la forza e la virilità dell’uomo che ha attraversato il dolore, la morte, la paura. E proprio per questo resta un innamorato della bellezza. Della bellezza che raccoglie e accoglie tanta vita.

Egli ha il dono di esprimere con precisione e giustizia momenti forti della nostra esistenza e, in modo delicato, ci riconduce a noi stessi.

C’è un momento in cui la nostra vita, sotto la pressione di una gioia o di un dolore, raduna ciò che in essa era prima disperso – come una città i cui abitanti abbandonino le loro occupazioni per riunirsi tutti nella piazza principale. Questo momento può arrivare a qualsiasi età, a due anni come a quaranta. Ciò che si crea in quell’istante non cesserà più, in seguito, di effondere i suoi effetti sino al nostro ultimo respiro. (5)

Ho voluto chiamare il mio blog "Une bibliothèque de nuages" rubando il titolo a un libro di Christian Bobin che spero possa essere letto e conosciuto presto in Italia, insieme a molti altri.

Verona, 21 marzo 2012
curatrice del blog unebibliothequedenuages.blogspot.com

 

 

1 Christian Bobin, Autoritratto al radiatore, AnimaMundi edizioni, Otranto (LE), 2012, pag. 69

 2 Ibidem, pag. 117

3 Ibidem, pag. 21

4 Christian Bobin, La parte mancante, Servitium Editrice/Città Aperta Edizioni, Troina (EN), 2007, pag. 27
5 Christian Bobin, Autoritratto al radiatore, op. cit., pag. 33

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