Luca Ferrari recensiona "Nozzule e Pparolu"
tratto da www.lucaferrari.net
Nozzule e Pparolu: Tonino ZurloEsistono opere d’arte che trascendono la categoria del ‘bello’, la sovvertono con la loro deliberata ruvidezza, la loro urticante verità di denuncia, la poesia. Opere preziose che, anche se raramente, capita di incontrare per caso, fuori dei canali tradizionali della comunicazione ufficiale.
Candidato a diventare uno dei dischi più significativi degli ultimi anni, se non dell’intera storia del ‘popolare’ in Italia, “Nuzzole e pparolu” di Tonino Zurlo è il capolavoro per cui vengono a cadere le prerogative del linguaggio descrittivo-analitico: com’è possibile, d’altro canto, descrivere, analizzare, comprendere un’opera di siffatta bellezza?
Non inganni l’uso del termine ‘bellezza’. Bellezza è per noi, qui, durezza di sentimenti, forza espressiva, potenza dell’anima, il mettersi a nudo in tutta la propria fragilità di sentimenti: circolano oggi opere di questa natura?
Tredici pezzi cantati in dialetto (il brindisino parlato a Ostuni), tutti di nuova composizione, interpretati (prevalentemente da Zurlo) e suonati (da Guido Sodo e i Cantodiscanto) con l’inconsueta, davvero inedita, naturalezza espressiva che mette in secondo piano la pur innegabile abilità tecnica dei musicisti. Nulla appare ‘pensato’, cesellato, prono alle logiche perverse del suono che dissimula (la presunta autenticità dell’essere popolare, la schiettezza del rappresentarsi autore tradizionale…) per irretire il pubblico. Nessun suono è simulacro di un’idea nostalgica di un tempo che non è più, come gran parte dei lavori di musica ‘tradizionale/’popolare’/folk pubblicati in Italia in questi anni; né tanto meno la voce di Zurlo si presta a possibili fraintendimenti di senso: è voce nuda, appunto, che scava dentro la propria interiorità ed estrae idee, sentimenti, nostalgie, paure e felicità altrove inespresse o comunicate maldestramente: ‘verità’ dovremmo definire l’esito stupefacente di essere così ‘dentro’ questa vita raccontata, di viverla così profondamente, tanto schiettamente da mettere noi, semplici ascoltatori, nell’imbarazzo dell’emozione incontrollata?
La forza dei sentimenti espressi nel disco rende persino superflua l’esatta comprensione dei significati del testo, per altro adattati in un italiano corrente stucchevole e assolutamente inadatto a ‘questa’ comunicazione: Zurlo è poeta autentico, come lo sono pochi altri (Matteo Salvatore, Rosa Balistreri, Carlo Muratori, Luigi Maieron…), e non si presta a una facile edulcorazione del linguaggio, tanto è duttile e potente d’immagini il suo dialetto. Come rendere, d’altronde, l’incipit di “Core d’ore”, canzone d’amore:
“Quànne nascìste tu,
lu solu cu lla luna tè te vasòje
e llu còre tua po’ tutte d’ore deventoje…”
o l’invocazione in “Criste mie”:
“E cchjangi stu cori
cca nu ttròva la stràta
cu ccànti e cu grìti
stasèra sola sola.
La Matònna ti la tèrra
si ènghi di soli
la Matònna ti la tèrra
si ènghi di fiòri…”
che trattiene tutta la sua drammaticità espressiva nel miracoloso impasto di voce e parole?
Zurlo sa anche essere, come già nell’esordio di “Jata viende” (CD - Edizioni Il Manifesto CD 113, 2003), profondamente e intelligentemente politico: guarda all’oggi con ironica amarezza quando denuncia la disumanizzazione del nostro vivere ne “L’automatismo”, ostaggio del consumo compulsivo e del presunto benessere; ma sa guardare con fiducia al domani quando invoca maggior intelligenza e creatività nel vivere in “Canto dell’anima” (“… abbiamo bisogno di nuove idee… c’è bisogno di nuovi maestri…”), ispirato alla metafora della potatura dell’albero. Grottesco il ritratto di “Lu povere Mengucce”, mandato in guerra “sane” e tornato “fèssa” (sfigurato tanto da essere soprannominato “Muso di cane”), breve apologo sull’inutilità e il disastro di tutte le guerre passate, presenti e future (“Ma chi vuole la guerra… chi la pensa? Chi fa le guerre… chi le vuole le guerre?”); sarcastico il ritratto di Mussolini (“Paperine”) che rese gli italiani “pecoroni” punendo i dissidenti con “uègghje de rìgene” (olio di ricino) per finir poi “ammazzato, dopo aver distrutto la patria”. E come un mantra dolente, Zurlo ci ricorda la pesante eredità patita dal Meridione:
“Sottomessone, emigrazzìone, cliendelìsme, umeliazziòne
chèssa ìte l’eredetà du cure gruèsse Paperòne”.
A proposito di Zurlo - sulla scena, ignorato, da oltre venticinque anni -qualche anno fa Giovanna Marini ha scritto: “… è il grido della gente del sud, dove si può solo mettere tutto in termini di vita o di morte, perché è così, è essenziale, non c’è altro che conti…”.
Non c’è davvero altro che conti, è così. Ascoltatelo e ne rimarrete soggiogati.
(21 settembre 2007)
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