Avleddha: Ofidea
Ofidea: AvleddhaBrani contenuti nel cd
1) Quiddhu ca volìa
2) I màghissa
3) Ofidèa
4) Inno
5) Fuddha dulìa ce cannò
6) Canzone sporca
7) Travudàci atsilò
8) Io zappatore sono
9) Lòja jà sena
10)Fiuri de San Martinu
11) Lòja jà sena (Stefano Miele remix)
Perché il titolo di un brano presente nell’ultima nostra “fatica” ci è sembrato anche il modo più appropriato per coagulare in un “logo” i significati espressi?
Così come Odissèa è la narrazione delle gesta di Ulisse, Ofidèa racconta le vicissitudini di Ofis (dal greco: serpente), e il brano a cui dà il titolo (scritto da Gianni De Santis), parla, per l’appunto, di uno degli òfidi più diffusi del Salento: la sacàra (cervone). Questo rettile, oggetto di ingiustificati pregiudizi, è stato per secoli, e purtroppo ancora oggi, vittima di una vera e propria persecuzione che lo ha portato alla quasi estinzione. L’ignoranza popolare gli ha falsamente attribuito, tra l’altro, un morso talmente velenoso da seccare perfino gli alberi. In realtà, la sacàra, non solo è assolutamente innocua, ma, a differenza di altri rettili, non è neanche mordace ed è, peraltro, utilissima alla campagna essendo un predatore di roditori che notoriamente danneggiano le colture.
Si sa, qualsiasi pregiudizio è figlio dell’ignoranza, quella stessa ignoranza che qui nel Salento ha contribuito alla quasi estinzione della lingua grika.
In passato, gli abitanti dei paesi adiacenti l’area della Grecìa Salentina, apostrofavano i griki con disprezzo e diffidenza, e alla stregua dei serpenti: “gente con due lingue”, poiché il bilinguismo di questi ultimi presagiva a ingannevoli, quanto inesistenti, raggiri. A lungo andare, e insieme ad altre cause, delle quali mi astengo dal parlarne in questa sede visto la vastità dell’argomento, questo atteggiamento ha contribuito, nel nome e nella necessità di una più civile convivenza, al lento abbandono del griko da parte dei suoi parlanti.
Le analoghe vicissitudini, in qualche modo, identificano la cultura grika alla sacàra; la sua lingua cosiddetta “biforcuta”, ci riporta idealmente al bilinguismo griko. Ed ecco “Ofidèa”, in cui, questa natura bilingue, come bilingue lo fu per nascita la cultura bizantina da cui discendiamo, viene espressa nel dialetto romanzo e nel griko dei dieci brani che unitamente costituiscono questa raccolta musicale, a sottolineare la ambivalente e nello stesso tempo inscindibile anima linguistica della cultura grika.
Dal punto di vista musicale, “Ofidèa” è un progetto diverso dai precedenti Cd di Avleddha (Otranto – 1999/ Senza Frontiere – 2002), laddove gli arrangiamenti delle canzoni nascevano dall’interazione, sul campo di prova, fra strumentisti di varia estrazione musicale, determinando, di conseguenza, un prodotto, per così dire, “meticcio” e, anche per questo, assolutamente interessante. Questo Cd, musicalmente, è figlio di una mia personale esperienza compositiva che mi vede, nel 2004, impegnato nella sonorizzazione di un film muto (La Terra – regia A. Dovzhenko - Urss 1930), commissionatami dal “Festival Images ‘04” (Vevey – Svizzera), in cui, per la prima volta, mi trovo a dialogare con la poesia dell’immagine, ma soprattutto, per la prima volta, mi trovo alle prese con la composizione di un’intera partitura strumentale. La buona riuscita di questa operazione artistica, mi ha indotto a riproporre questa esperienza, per me straordinaria, dentro il progetto Avleddha, rinunciando così a un prodotto dalla intrigante connotazione “apolide”, a favore di un’unica regia identitaria, spero altrettanto interessante.
In questo lavoro, l’antica funzionalità dello “spazio alla voce”, che prevede, sul canto, un accompagnamento “discreto” da parte degli strumenti, è spesso sostituita dal contrappunto tra questi ultimi e lo stesso canto. Ciò potrebbe obbligare a un ascolto più impegnativo da parte del fruitore. D’altra parte, l’originalità e la ricercatezza sono sempre stati dei punti di forza della musica di Avleddha proprio in virtù della maggiore attenzione che un ascolto poco prevedibile e per niente scontato impone. Ma la musica è soprattutto emozione, piacere sensoriale, e questo, a prescindere da ogni considerazione, è una giusta aspettativa che non è nelle nostre intenzioni disattendere.
Certamente, e qui Ofidèa non sarà diverso dai precedenti, questo Cd sarà foriero di approvazioni incondizionate e di critiche sferzanti da parte degli “addetti ai lavori”. Ma per chi ha la pretesa di fare arte, di comunicare qualche nuova emozione, questa è un’opportunità da cogliere, un rischio da correre.
Rocco De Santis
Introduzione di Piero Milesi
Non mi aspettavo di certo che i primi suoni di questo nuovo lavoro degli Avleddha fossero costituiti da un arpeggio di stampo glassiano tipico di un linguaggio, quello minimalista, a me molto caro. Ed è proprio a un ambito puramente linguistico che l’album “Ofidèa” va ascritto, a iniziare dall’aspetto squisitamente musicale, dove gli arrangiamenti si rifanno sia a esperienze sonore tipicamente locali che a quelle “importate”, per poi giungere a quello della comunicazione vocale, o meglio della parola, che è a mio avviso quello che maggiormente lo rende speciale e unico in questa pletora di produzioni discografiche.
E’ l’identità, non certo monolitica, della gente della Grecìa Salentina che permette agli autori di rapportarsi col suo pubblico, in lingua così meravigliosamente e coerentemente “biforcuta”.
Quando conobbi Gianni De Santis fu un incontro a tre: lui, io e una sacàra; l’amico serpente delle campagne salentine, ipocritamente dipinto dall’ignoranza degli erpetofobici come nefando, quasi a voler cercare un capro espiatorio e assolversi dalle proprie colpe. Per rimuovere i propri conflitti? Paura primordiale del peccato originale?
Ma il “dio serpente” non solo andrebbe rispettato, ma andrebbe amato e adorato. Forse, paradossalmente, proprio per la sua natura “biforcuta”, è tutt’altro che bugiardo e falso; è incredibilmente autentico, come questa musica, dai molti volti e nel contempo estremamente solidale con se stessa e che ben rappresenta l’inesorabile quanto necessario dualismo, come quello tra la notte e il giorno in “Inno”; dualismo che genera dolore, e dolore che percuote, come in quel “Travudàci atsilò” cantato con quel consapevole senso di accettazione proprio di chi resta, di chi conserva e di chi racconta. E qui si racconta molto: si racconta dell’animo griko, ...in griko: lingua fiera, forse perché parte di un conflitto, che in quest’album “biforcuto” è efficacemente adottata e che diventa strumento di dialettica pura.
Lingua che altro non è, quindi, che generatrice di vita.
Piero Milesi
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